lunedì 22 giugno 2020


Il Robin Hood del calcio



Per motivi anagrafici, ho imparato a conoscere Brian Howard Clough grazie a un bel libro e al film tratto dal medesimo: “The damned United” (Il maledetto United) di David Peace.

Clough nasce il 21 marzo 1935 a Middlesbrough ed è il classico attaccante inglese, rognoso, ottimo colpitore di testa, con un buon tiro; un lottatore che non si tira indietro se c’è da fare “a sportellate”.
Ha militato nel Middlesbrough e nel Sunderland, nelle quali ha collezionato 274 presenze, realizzando 251 gol, quasi totalmente in Second Division.

La sua carriera si è interrotta a 28 anni ancora da compiere, a causa di un brutto infortunio.
Questo ha fatto sì che, a soli 30 anni, sia il più giovane allenatore del Regno Unito quando, dopo le giovanili del Sunderland, nell’ottobre del 1965, passa alla guida dell’Hartlepools United.

Brian è un personaggio difficile da gestire, spigoloso, talvolta arrogante; è scostante, permaloso, testardo ma anche ironico e geniale.

Le sue squadre praticano, un calcio che, in parte, si discosta da quello della tradizione inglese dell’epoca (basato su corsa, cross e scontri fisici al limite della regolarità), aggiungendo giocate palla a terra e la ricerca di azioni manovrate: “Se Dio avesse voluto che si giocasse fra le nuvole, avrebbe messo l’erba lassù”.

Statua di Clough e Taylor a Derby 

Si dice che accanto ad un grande personaggio ci sia sempre una grande donna; nel nostro caso, però, è un uomo: il suo amico inseparabile Peter Thomas Taylor, persona con un carattere riflessivo, con grandi doti di mediatore, che utilizza spesso per ricomporre situazioni spigolose e spiacevoli create da Brian.

È proprio Clough a chiamare il suo amico per affiancarlo, dopo essere stati compagni di squadra nel Middlesborough.

Il legame è così solido che, quando il proprietario dell’Hartlepools licenzia Taylor per motivi economici, Brian si infuria: “O lo riassume, o me ne vado”. E così si ritrovano disoccupati.

Taylor è un ottimo osservatore ed è grazie ai suoi suggerimenti che vengono acquistati ragazzi perfetti per il gioco di Clough. Brian si fida ciecamente di Peter e dei suoi consigli.

Le squadre allenate da Clough non sono costruite a suon di sterline, né sono infarcite di fenomeni; qualche ottimo giocatore, affiancato da pedine congeniali al gioco di Clough.


Da sempre tifoso del Derby County, nel 1967 corona il sogno di sedere sulla panchina del vetusto Baseball Gound.

I Rams languono da molti anni in Second Division, la prima stagione serve per mettere le fondamenta della squadra che, l’anno successivo, concluderà al primo posto il torneo, centrando la promozione in First Division, l’attuale Premier League.

Nel campionato 1971/72 nasce la rivalità con Dan Revie, coach del Leeds United con il quale lottano spalla a spalla per il titolo. Rivalità che accompagnerà gran parte della carriera dei due, ispirati da concetti calcistici totalmente differenti.

Clough accusa il Leeds di praticare un calcio “sporco”, con molti falli, proteste continue per condizionare gli arbitri.
Revie e Clough non se le mandano a dire, e ogni occasione è buona per stuzzicarsi.
A rendere più teso il rapporto, un campionato tiratissimo, con Leeds e Derby in lotta per il titolo fino al termine.

Clough (a sinistra) e Revie
Nell’ultima giornata, il Derby County sconfigge il Liverpool 1-0 e lo scavalca in classifica: Derby 58 punti e Liverpool 57. A 57 ci sono anche il Manchester City, che ha perso qualche giorno prima contro l’Ipswitch Town, e il Leeds, che batte il Chelsea. Leeds che, però, ha ancora da giocare il recupero, con il Wolverhampton Wonderers, che non ha più nulla da chiedere al torneo, anzi attende di giocare le finali di andata e ritorno di Coppa UEFA contro il Tottenham. Al Leeds basta un punto per laurearsi campione, grazie al vantaggio nella differenza reti.
Al Molineux avviene l’incredibile: i Wolves vincono 2-1 e il Derby County è campione d’Inghilterra!

Taylor e la squadra apprendono la notizia quando sono in tournee in Spagna, mentre Clough è in vacanza in Italia con la famiglia.

La vittoria permette di disputare la Coppa dei Campioni e anche lì dimostra le sue qualità: la corsa si ferma in una contestatissima finale di ritorno, contro la Juventus, con Clough e Taylor che accusano gli avversari di essere entrati, più volte, nello spogliatoio dell’arbitro per condizionarne la direzione di gara. Nel dopo partita, si lasciò andare urlando, verso i giornalisti italiani: «No cheating bastards will I talk to; I will not talk to any cheating bastards!» (Non voglio parlare con nessun imbroglione bastardo).  

Il rapporto con il Derby termina con le dimissioni alla fine della stagione 1972/73, a causa dei dissidi con il presidente Longson, infastidito dalla figura ingombrante del suo tecnico che oscura i suoi meriti agli occhi di critica e tifosi.

Il divorzio dai Rams lascia il segno, inizia un periodo buio e difficile della carriera.
Accetta di andare ad allenare il Brighton&Hove Albion, in Third Division, allettato da un buon contratto, ma Peter Taylor non lo segue.
L’esperienza dura solo otto mesi, perché viene chiamato dal Leeds, per sostituire il “nemico” Dan Revie, al quale affidano la guida della Nazionale inglese.

A Leeds va ancora peggio che a Brighton. Non entra mai in sintonia con la squadra, a cominciare dal suo leader, il nazionale scozzese Billy Bremner. Erano tutti fedelissimi di Revie e non ha giovato il fatto che Clough cercasse in tutti i modi di cambiare ogni aspetto legato al suo predecessore.

Proprio quando sembra che la sua carriera sia destinata a un rapido declino, viene chiamato dal Nottingham Forest.


Al Forest scrive le pagine più importanti della storia del club, ovviamente con Peter Taylor.
Si ripete il copione già visto a Derby: partenza dalla Second Division, un anno per conoscere l’ambiente e promozione in quello successivo.

Da neopromossa, con qualche innesto di qualità, porta il Forest, nel 1977/78, al “double”: primo campionato inglese e prima League Cup della storia della Società.


Nella sua seconda avventura in Coppa dei Campioni, centra l’obiettivo. Una cavalcata trionfale: 5 vittorie, un pareggio e zero sconfitte. In finale batte il Malmoe 1-0.

La vittoria del trofeo gli permette di partecipare all’edizione 1979/80: concede il bis, battendo in finale l’Amburgo, sempre 1-0.


E così, il Nottingham Forest è l’unica squadra ad avere vinto più Coppe Campioni che campionati nazionali.

Dal 1984 al 1993 allena anche suo figlio, Nigel, buon centrocampista offensivo oltre che del Forest, anche di Liverpool e Manchester City.

Resta al Nottingham per 18 anni ed è la sua ultima squadra.
Oltre ai due scudetti e alle due Coppe dei Campioni, in bacheca ci sono anche: una Supercoppa UEFA, una Charity Shield e quattro League Cup.

È stato inserito nella Hall of fame del calcio inglese.

Ci ha lasciato nel 2004, a soli 69 anni.


Panino






lunedì 15 giugno 2020




IL DIAMANTE SCHEGGIATO




Federer, Nadal e Djokovic.

Penso che ne abbiate sentito parlare.

I tre tennisti più forti di tutti i tempi? Forse, anche se mettersi alla ricerca del GOAT (Great of All Times) è un esercizio spirituale poco consigliato e alquanto sterile.

Sicuramente sono TRA I PIÙ FORTI di tutti i tempi, questo senza alcun dubbio.

E con altrettanta sicurezza possiamo affermare che sono i più spaventosamente forti della loro generazione.

Tralasciando tornei minori come gli ATP 250 e 500, i tre mostri in questione hanno per ora prevalso in 96 Master 1000 degli ultimi 144 disputati e soprattutto in 56 Slam degli ultimi 69.

Insomma, decisamente bravini.

Hanno tutti iniziato a vincere roba importante molto giovani? Sì, lo hanno fatto.

Per restare agli Slam, Federer a 22 anni da compiere vinse il suo primo Wimbledon, Djokovic a 21 il suo primo Open d’Australia e Nadal, a soli 20 anni, aveva già messo in cassaforte due dei suoi dodici Roland Garros.

Certo, c’è anche stata gente più precoce, come Boris Becker, che nel 1985, a 17 anni, trionfò a Wimbledon, diventando così il più giovane vincitore nella storia del più prestigioso torneo di tennis al mondo. Ma alla fine dei conti, Boris, di Slam, ne ha portati a casa “solo” sei.

Robetta, in confronto a quei tre.

Fenomeni assoluti. Forse extraterrestri. Probabilmente semidei.

Nessun essere umano è mai stato e mai sarà come loro.

Sicuro.

A meno che voi non siate a conoscenza dell’esistenza di una certa ragazzina jugoslava che ha giocato a tennis negli anni ’90, che forse vi farebbe cambiare opinione, o quantomeno ve la farebbe cambiare in parte.

Monica Seles, nata il 2 dicembre del 1973 a Novi Sad, sulle rive del Danubio.

Nel 1990 vinse il suo primo Slam, a Parigi. Aveva 16 anni.

Tre anni dopo, nel gennaio del ‘93, vinse per la terza volta l’Australian Open.

Era il suo OTTAVO Slam.

No, non ho sbagliato a scrivere. A 19 anni appena compiuti Monica vinceva il suo terzo Open d’Australia consecutivo, tornei che sommati ai tre Roland Garros del ’90, ’91 e ‘92 e ai due US Open del ’91 e ’92 portavano il totale degli Slam di questo prodigio tennistico a OTTO.

A 19 anni.

Stavolta possiamo dirlo sul serio: come lei, nessuno mai, né prima, né dopo.

E tutto questo nell’era di Steffi Graf, una delle più grandi tenniste di sempre, detentrice di 22 Slam, terza in assoluto come numero di Major vinti solo dietro a Serena Williams, che per ora ne ha ottenuti 23, e a Margaret Smith Court, che tra il 1960  e il ’73 ne vinse 24; quella Steffi Graf che a fine anni ’80 stava vincendo tutto il possibile, sbaragliando ogni avversaria e riuscendo addirittura, nell’88, a portare a compimento l’impresa agognata da ogni tennista e quasi mai realizzata nella storia di questo sport: quella di conquistare il Grande Slam, ovvero vincere i 4 tornei più importanti del circuito internazionale nella stessa stagione.

Insomma, la Graf, nel momento in cui Monica Seles cominciò ad imporsi all’attenzione del mondo, era indiscutibilmente la regina del tennis, numero 1 della classifica WTA e praticamente invincibile.

Ma in quel momento la regina, dall’alto del suo trono inespugnabile, nel pieno del suo splendore tennistico, vide una piccola cometa piena di energia e di sfrontatezza dirigersi a tutta velocità nella sua direzione, e cominciò a spaventarsi. E poco tempo dopo, sotto i colpi furiosi di quella ragazzina sorta dal nulla, cominciò anche a perdere.

La prima volta accadde a Berlino, nel ’90, sulla terra rossa del German Open. Finì 6-4 6-3 per la Seles.

E poche settimane dopo successe di nuovo: Monica sconfisse ancora la Graff, stavolta su una terra rossa ben più importante, quella del Roland Garros, in finale, a 16 anni e 6 mesi, diventando così la più giovane vincitrice degli Internazionali di Francia.

Era appena sorta una nuova divinità del tennis dalla forza dirompente, colma di talento e di pura ferocia agonistica, arrivata giovanissima ai picchi più vertiginosi di questo sport anche grazie al suo inesauribile spirito di sacrificio e alla sua immensa voglia di vincere.

L’anno successivo la piccola stella nascente inaugurò la stagione con la vittoria agli Australian Open, e poi si confermò immediatamente negli importanti tornei di Miami e Houston.

Nel giro di qualche mese l’assalto al trono del tennis venne portato a compimento: la vecchia regina, dopo quasi quattro anni di regno, dovette abdicare.

L’11 marzo del 1991 Monica Seles era la nuova numero 1 del mondo.

Fra il gennaio del ’91 e il febbraio del ’93 vinse 22 titoli WTA, raggiungendo 33 finali su 34 tornei disputati.

Sollevò al cielo nove trofei nel ‘90, dieci nel ’91 e altri dieci nel ’92.

Quindi il 1993. Che iniziò alla grande, quando a gennaio, poche settimane dopo il suo diciannovesimo compleanno, vinse quel suo ottavo Slam con cui spero di avervi sbalordito qualche riga fa, peraltro di nuovo contro la Graf, per cui Monica stava certamente cominciando a diventare la personificazione di un incubo.

Un mese dopo ottenne un altro titolo, a Chicago, contro una magnifica Navratilova ormai a fine carriera.

E poi venne il 30 aprile.

Siamo al torneo di Amburgo. Quarti di finale.

Sono le 18:50. Monica conduce 6-4 4-3 su Magdalena Maleeva.

Si cambia campo e Monica si siede sulla sua panchina.

In quel momento, approfittando della disattenzione del servizio di sicurezza, un uomo le si avvicina.

Nessuno si accorge che quell’individuo impugna un coltello da cucina, tantomeno Monica, girata di schiena.

Tutto dura poco più del tempo di un battito di ciglia: la lama penetra per un centimetro e mezzo nella schiena della Seles, che fortunatamente si era piegata in avanti per asciugarsi il sudore. Non l’avesse fatto, forse sarei qui a raccontarvi un’altra storia.

Monica non capisce cosa sia successo, si alza in piedi in preda al dolore, si tocca la schiena all’altezza della spalla sinistra. Poi, sotto shock, si accascia a terra.

Nel frattempo Gunther Parche, questo il nome dello squilibrato, viene disarmato e bloccato a terra dagli spettatori sugli spalti.

L’uomo, un trentottenne originario dell’ex Germania Orientale, voleva vedere il suo idolo Steffi Graf tornare di nuovo sul tetto del mondo, e ha pensato bene di darle una mano uccidendo la sua giovane invincibile rivale.

E qui devo ammettere i miei limiti, perché non possiedo un vocabolario sufficientemente esteso per definire questo gesto. E vi sta parlando uno sfegatato tifoso di Nadal, che in certi frangenti, durante alcuni tornei visti dal vivo, per un attimo ha anche pensato di entrare in campo legato ad una testata nucleare per andare ad abbracciare Novak Djokovic, ma che in realtà se lo incontrasse per strada, ovviamente, gli stringerebbe solo la mano, forse spingendosi addirittura a chiedergli un selfie, se non un autografo.

Posso solo dire che quel 30 aprile di 27 anni fa la vita di Monica Seles cambiò per sempre, e con essa probabilmente anche la Storia del Tennis.

In realtà la ferita che venne inferta a Monica non fu così grave. I medici si dissero certi che, seguendo le terapie indicate, la campionessa avrebbe potuto rimettersi completamente e tornare in campo nel giro di qualche mese.

Ma non andò così. Perché quella lama, prima ancora di entrarle nella schiena, le entrò nella mente.

La spalla continuava a farle male anche molto tempo dopo la sua completa guarigione.

Il contraccolpo psicologico fu enorme. Monica cadde in una profonda depressione, che la portò anche ad avere dei grossi problemi alimentari, e restò fuori causa per 28 mesi.

Tornò finalmente in campo nell’agosto del 1995, nel prestigioso Canadian Open a Toronto, e lo fece a modo suo, vincendolo.

Di lì a fine carriera vinse ancora altri 20 tornei, tra i quali un altro Open d’Australia, nel '96, il suo nono ed ultimo Slam.

Ma non era più la stessa Seles di prima dell’incidente, non riuscì mai a trasmettere di nuovo quell’aura di invincibilità, né tantomeno a tornare allo stato di forma precedente, quando grazie alla sua intensità di gioco e al suo pressing asfissiante riduceva all’impotenza ogni avversaria senza alcuna pietà.

In quegli anni difficili, come se non bastasse, suo padre Karolj, che era la sua roccia, il punto fermo della sua vita, l’uomo che per primo le mise in mano una racchetta e cominciò a credere in lei, si ammalò e morì di cancro allo stomaco all’età di 64 anni.

Infine una serie di infortuni, alcuni dei quali anche molto gravi, e l’ineluttabile ritiro.

La parabola di Monica Seles era terminata.

Io sono un appassionato di cinema almeno quanto lo sono di tennis, e vi confesso che sarebbe davvero bellissimo poter avere tra le mani la DeLorean volante del Dottor Emmett Brown per ritornare al 30 aprile del 1993, una mezz’ora prima di quelle fatidiche 18:50, per segnalare alle autorità che tra la folla c’è uno psicopatico con un coltello in mano pronto ad uccidere.

Cosa avrebbe potuto fare Monica in tutti gli anni che le sono stati portati via da quella lama? Di quali numeri staremo parlando ora? 25 Slam a fine carriera? Forse 30? Non lo sapremo mai.

Possiamo solo immaginarlo, ma io lo ritengo uno scenario molto verosimile.

Perché sono più che convinto che Monica Seles, “La Belva di Novi Sad”, nonostante il folle intervento di un pazzo grazie al quale questa mia tesi non verrà mai suffragata dalle statistiche, sia stata con ogni probabilità la più forte tennista di tutti i tempi.


Roborio




Monica al Roland Garros del 1992



Monica Seles oggi



martedì 9 giugno 2020


IL SETTEBELLO DORATO




Il 9 agosto 1992 è la giornata di chiusura dei XXV Giochi Olimpici, che si disputano nella città di Barcellona.

Si tratta sicuramente della migliore performance olimpica per gli atleti spagnoli, che hanno fatto incetta di medaglie.
Il calendario dà agli iberici la possibilità di mettere la ciliegina sulla splendida e ricca torta costruita in quei giorni: l’oro nella finale di pallanuoto maschile.

La nazionale di casa è cresciuta molto negli ultimi dieci anni ed è vice campione d’Europa e del Mondo (in entrambe le finali sconfitta dalla fortissima Jugoslavia); non bastasse, schiera, tra gli altri, uno dei migliori giocatori della storia della pallanuoto mondiale: Manel Estiarte, che in Italia abbiamo conosciuto con le calottine di Pescara e Savona.

Gli avversari sono gli Azzurri, forti e sempre difficili da affrontare.

Per rendere l’idea di cosa stiamo parlando, a questo incontro Manel Estiarte ha dedicato il primo capitolo del libro autobiografico “Todos hermanos”, definendola “la più emozionante finale di pallanuoto…”.

Vediamo, brevemente, il percorso che ha portato le squadre a disputare la finale.
Le dodici compagini qualificate vengono divise in due gironi da sei, Italia e Spagna sono nel Girone B, che concludono rispettivamente al secondo e al primo posto, divise da un solo punto: 9 quelli degli spagnoli, 8 quelli degli azzurri. Lo scontro diretto concluso con un pareggio per 9 a 9; numeri che testimoniano equilibrio.

Accedono alle semifinali, nelle quali l’Italia sconfigge 9 a 8 la Comunità degli Stati Indipendenti (in pratica la nazionale dell’Unione Sovietica), la Spagna, invece, prevale sugli Stati Uniti per 6 a 4.

Il teatro della sfida finale sono le Piscine Bernat Picornell, nel Parco Olimpico del Montjuic, che sono gremite al limite della capienza: 18.000 spettatori, tra questi il Re di Spagna Juan Carlos e il figlio, il Principe Felipe.

Gli Azzurri giocano fuori casa, non vi è dubbio, visto che il 90% dei tifosi sulle tribune sventolano la Rojigualda (come viene chiamata la bandiera spagnola).

Le squadre sono dirette da due allenatori di scuola balcanica, entrambi croati. Per l’Italia, Ratko Rudic, reduce da due ori olimpici consecutivi sulla panchina della Jugoslavia e per la Spagna Dragan Matutinovic.

Ratko Rudic
I due Commissari Tecnici sottoponevano i propri atleti ad allenamenti durissimi, con corse in montagna, molto lavoro con i pesi e, spesso, facendo indossare una maglietta durante gli allenamenti di nuoto. Entrambi avevano un carattere fumantino che spesso li portava a battibecchi con arbitri e avversari.
Matutinovic durante le competizioni più importanti, seguiva una dieta che lo portava a bere moltissima acqua e a mangiare pochissimo, oltre a dormire 2 o 3 ore a notte.

Manel Estiarte
Manel Estiarte, nel suo libro, scrive che, quando le due squadre si sono allineate per fare l’ingresso in piscina, alle 16.45, la tensione era tale che si sentiva solo il rumore delle ciabatte.
Una versione più pittoresca, afferma che, a un certo punto, quel rumore sia stato interrotto da un non ben identificato giocatore spagnolo, che ha urlato “Vamos a joder esto come pizzas!” che tradotto in italiano significa, più o meno “Andiamo a fottere questi pizzaioli”. Non voleva essere un’offesa ma un modo per caricare i compagni e cercare di allentare la tensione.

Le due compagini fanno il loro ingresso in vasca, Italia con la calottina azzurra (sorteggiata squadra in casa), e gli iberici con quella bianca.

La partita è subito maschia, con molti colpi proibiti, l’Italia sfrutta la tensione degli avversari per chiudere in vantaggio il primo tempo: 1-0 realizzato dal centro-boa e bomber Massimiliano Ferretti.

Jesus Rollan
Sugli scudi i due estremi difensori che, non a caso, sono i migliori al mondo: Francesco Attolico e Jesus Rollan (che il destino si porterà via a soli 37 anni).

Gli arbitri, il cubano Martinez e l’olandese Van Dorp, sono piuttosto benevoli con padroni di casa e più fiscali con gli avversari, come spesso accade in situazioni simili.

Anche il secondo tempo è teso, combattuto, gli spagnoli sembrano impacciati e i ragazzi di Rudic ne approfittano per raddoppiare con Caldarella.

A svegliare i padroni di casa ci pensa, ovviamente, Estiarte che sfrutta nel migliore dei modi un periodo di superiorità numerica.

Ma gli azzurri sono in palla, carichi come molle, ribattono colpo su colpo e realizzano prima il 3-1 (con Sandro Campagna) e poi il 4-1, con una perla di Ferretti che, spalle alla porta, aspetta l’uscita di Rollan e lo scavalca con una deliziosa palombella.

Il pubblico spinge le furie rosse che accorciano 4-2 con Gomez poco prima dell’intervallo lungo.

Ricomincia la battaglia in vasca e gli spagnoli accorciano con Pedro Garcia: 4-3.

Campagna e soci sembrano in difficoltà, però hanno doti caratteriali fuori dal normale e ricominciano a macinare gioco e gol: 5-3 proprio con un rigore di Campagna e poi il 6-3 di Caldarella.

Sembra fatta, il Settebello si rilassa e Garcia con una doppietta riporta sotto la Spagna concludendo il terzo tempo sul 6-5 Italia.

Massimiliano Ferretti
Il pubblico ricomincia a “caricare” e la piscina è una bolgia che viene placata dal solito Ferretti, che insacca sfruttando una superiorità numerica.
Avere il giocatore più forte del Mondo è sempre un vantaggio ed Estiarte lo è, sbaglia un penalty, ma, poco dopo, resuscita i suoi con un gran gol: 7-6.

I quattordici in acqua non si risparmiano, stanno "girando" una stupenda pellicola di sport: capovolgimenti di fronte, parate, falli più o meno duri, gesti tecnici, un’altalena continua di emozioni.

A rendere straordinario questo incontro ci pensa Oca che realizza il 7-7 quando manca poco al fischio finale, consegnando l’esito ai supplementari.
Il regolamento recita che i supplementari sono composti da due tempi da tre minuti ciascuno.

Il pubblico è in visibilio, crede che i ragazzi azzurri abbiano subito un contraccolpo psicologico dal gol beffa del 7-7, che invece sarà un propulsore per i ragazzi di casa.
E gli auspici sembrano avverarsi quando si verificano due episodi chiave: l’ennesimo contatto maschio si conclude con l’espulsione di Fiorillo, reo di aver colpito Estiarte (che rimane in vasca ferito a un sopracciglio) con una gomitata, poi con il gol del 7-8 realizzato dallo stesso Estiarte su rigore a 32 secondi dal termine.

Qui, forse, si verifica l’unico errore di Matutinovic, secondo la stampa iberica e anche in base a quanto scrisse il capitano spagnolo nel già citato libro: anziché marcare a uomo gli avversari più pericolosi, ordina un pressing totale, che Bovo riesce a eludere servendo un assist perfetto al bomber Ferretti che beffa Rollan, sul primo palo a meno 20 secondi dalla fine del 1° tempo, del 1° supplementare: 8 pari!

Gelo sulle tribune e tutto da rifare.

Il secondo tempo del 1° supplementare e tutti sei minuti del 2° supplementare vedono sugli scudi i due portieri e le difese che prevalgono sugli attaccanti avversari.

Francesco Attolico
Si rende necessario un terzo supplementare: altri due tempi di 3 minuti ciascuno.
Il primo è una fotocopia degli ultimi 9 minuti di gara e termina con le due squadre sull’8-8.

Manca meno di un minuto al termine del secondo tempo, del 3° supplementare, quando D’Altrui scappa sulla destra, serve il centro-boa Ferretti, che viene affossato platealmente da un giocatore spagnolo, gli arbitri lasciano inspiegabilmente correre, ma lo stesso Ferretti, mentre viene trascinato sotto l'acqua, scorge con la coda dell’occhio Gandolfi, libero alla sua sinistra e lo serve a due metri dalla porta, oltre il palo destro di Rollan.
Il portierone esce alla disperata, solleva il suo corpo dall’acqua, alza le braccia con un'apertura alare degna di un falco, cercando di coprire il più possibile lo specchio, ma l’azzurro è freddo e lo beffa infilando il pallone sotto l’arto sinistro: 9-8!

Gandolfi esulta mimando un cowboy, che rotea un lazzo in attesa di afferrare un capo di bestiame.

Finita? Ovviamente non ancora, manca il brivido finale, che si materializza a pochi secondi dal termine: fallo sul solito Estiarte, che batte rapido e serve Oca che scaglia la sfera verso la porta. Tutti trattengono il fiato e seguono con gli occhi la traiettoria.
Questo fermo immagine viene interrotto dal rumore sordo del pallone che sbatte sulla traversa e rimbalza in acqua, lontano dalla porta, tra le mani di un difensore.


E’ finita, dopo QUARANTASEI MINUTI di spettacolo, di emozioni, di fatica fisica e mentale il SETTEBELLO è MEDAGLIA D’ORO.
I ragazzi di Rudic che si abbracciano da un lato, Estiarte, sfinito e stravolto appoggiato ad una panchina, in lacrime, dall’altro.


Questo è lo sport, quello vero, quello che tutti amano, a prescindere dall’esito finale.
Grazie ragazzi, tutti e ventisei, sono passati quasi diciotto anni e ricordo ancora tutto nitidamente.

Panino

Settebello Dorato