lunedì 15 giugno 2020




IL DIAMANTE SCHEGGIATO




Federer, Nadal e Djokovic.

Penso che ne abbiate sentito parlare.

I tre tennisti più forti di tutti i tempi? Forse, anche se mettersi alla ricerca del GOAT (Great of All Times) è un esercizio spirituale poco consigliato e alquanto sterile.

Sicuramente sono TRA I PIÙ FORTI di tutti i tempi, questo senza alcun dubbio.

E con altrettanta sicurezza possiamo affermare che sono i più spaventosamente forti della loro generazione.

Tralasciando tornei minori come gli ATP 250 e 500, i tre mostri in questione hanno per ora prevalso in 96 Master 1000 degli ultimi 144 disputati e soprattutto in 56 Slam degli ultimi 69.

Insomma, decisamente bravini.

Hanno tutti iniziato a vincere roba importante molto giovani? Sì, lo hanno fatto.

Per restare agli Slam, Federer a 22 anni da compiere vinse il suo primo Wimbledon, Djokovic a 21 il suo primo Open d’Australia e Nadal, a soli 20 anni, aveva già messo in cassaforte due dei suoi dodici Roland Garros.

Certo, c’è anche stata gente più precoce, come Boris Becker, che nel 1985, a 17 anni, trionfò a Wimbledon, diventando così il più giovane vincitore nella storia del più prestigioso torneo di tennis al mondo. Ma alla fine dei conti, Boris, di Slam, ne ha portati a casa “solo” sei.

Robetta, in confronto a quei tre.

Fenomeni assoluti. Forse extraterrestri. Probabilmente semidei.

Nessun essere umano è mai stato e mai sarà come loro.

Sicuro.

A meno che voi non siate a conoscenza dell’esistenza di una certa ragazzina jugoslava che ha giocato a tennis negli anni ’90, che forse vi farebbe cambiare opinione, o quantomeno ve la farebbe cambiare in parte.

Monica Seles, nata il 2 dicembre del 1973 a Novi Sad, sulle rive del Danubio.

Nel 1990 vinse il suo primo Slam, a Parigi. Aveva 16 anni.

Tre anni dopo, nel gennaio del ‘93, vinse per la terza volta l’Australian Open.

Era il suo OTTAVO Slam.

No, non ho sbagliato a scrivere. A 19 anni appena compiuti Monica vinceva il suo terzo Open d’Australia consecutivo, tornei che sommati ai tre Roland Garros del ’90, ’91 e ‘92 e ai due US Open del ’91 e ’92 portavano il totale degli Slam di questo prodigio tennistico a OTTO.

A 19 anni.

Stavolta possiamo dirlo sul serio: come lei, nessuno mai, né prima, né dopo.

E tutto questo nell’era di Steffi Graf, una delle più grandi tenniste di sempre, detentrice di 22 Slam, terza in assoluto come numero di Major vinti solo dietro a Serena Williams, che per ora ne ha ottenuti 23, e a Margaret Smith Court, che tra il 1960  e il ’73 ne vinse 24; quella Steffi Graf che a fine anni ’80 stava vincendo tutto il possibile, sbaragliando ogni avversaria e riuscendo addirittura, nell’88, a portare a compimento l’impresa agognata da ogni tennista e quasi mai realizzata nella storia di questo sport: quella di conquistare il Grande Slam, ovvero vincere i 4 tornei più importanti del circuito internazionale nella stessa stagione.

Insomma, la Graf, nel momento in cui Monica Seles cominciò ad imporsi all’attenzione del mondo, era indiscutibilmente la regina del tennis, numero 1 della classifica WTA e praticamente invincibile.

Ma in quel momento la regina, dall’alto del suo trono inespugnabile, nel pieno del suo splendore tennistico, vide una piccola cometa piena di energia e di sfrontatezza dirigersi a tutta velocità nella sua direzione, e cominciò a spaventarsi. E poco tempo dopo, sotto i colpi furiosi di quella ragazzina sorta dal nulla, cominciò anche a perdere.

La prima volta accadde a Berlino, nel ’90, sulla terra rossa del German Open. Finì 6-4 6-3 per la Seles.

E poche settimane dopo successe di nuovo: Monica sconfisse ancora la Graff, stavolta su una terra rossa ben più importante, quella del Roland Garros, in finale, a 16 anni e 6 mesi, diventando così la più giovane vincitrice degli Internazionali di Francia.

Era appena sorta una nuova divinità del tennis dalla forza dirompente, colma di talento e di pura ferocia agonistica, arrivata giovanissima ai picchi più vertiginosi di questo sport anche grazie al suo inesauribile spirito di sacrificio e alla sua immensa voglia di vincere.

L’anno successivo la piccola stella nascente inaugurò la stagione con la vittoria agli Australian Open, e poi si confermò immediatamente negli importanti tornei di Miami e Houston.

Nel giro di qualche mese l’assalto al trono del tennis venne portato a compimento: la vecchia regina, dopo quasi quattro anni di regno, dovette abdicare.

L’11 marzo del 1991 Monica Seles era la nuova numero 1 del mondo.

Fra il gennaio del ’91 e il febbraio del ’93 vinse 22 titoli WTA, raggiungendo 33 finali su 34 tornei disputati.

Sollevò al cielo nove trofei nel ‘90, dieci nel ’91 e altri dieci nel ’92.

Quindi il 1993. Che iniziò alla grande, quando a gennaio, poche settimane dopo il suo diciannovesimo compleanno, vinse quel suo ottavo Slam con cui spero di avervi sbalordito qualche riga fa, peraltro di nuovo contro la Graf, per cui Monica stava certamente cominciando a diventare la personificazione di un incubo.

Un mese dopo ottenne un altro titolo, a Chicago, contro una magnifica Navratilova ormai a fine carriera.

E poi venne il 30 aprile.

Siamo al torneo di Amburgo. Quarti di finale.

Sono le 18:50. Monica conduce 6-4 4-3 su Magdalena Maleeva.

Si cambia campo e Monica si siede sulla sua panchina.

In quel momento, approfittando della disattenzione del servizio di sicurezza, un uomo le si avvicina.

Nessuno si accorge che quell’individuo impugna un coltello da cucina, tantomeno Monica, girata di schiena.

Tutto dura poco più del tempo di un battito di ciglia: la lama penetra per un centimetro e mezzo nella schiena della Seles, che fortunatamente si era piegata in avanti per asciugarsi il sudore. Non l’avesse fatto, forse sarei qui a raccontarvi un’altra storia.

Monica non capisce cosa sia successo, si alza in piedi in preda al dolore, si tocca la schiena all’altezza della spalla sinistra. Poi, sotto shock, si accascia a terra.

Nel frattempo Gunther Parche, questo il nome dello squilibrato, viene disarmato e bloccato a terra dagli spettatori sugli spalti.

L’uomo, un trentottenne originario dell’ex Germania Orientale, voleva vedere il suo idolo Steffi Graf tornare di nuovo sul tetto del mondo, e ha pensato bene di darle una mano uccidendo la sua giovane invincibile rivale.

E qui devo ammettere i miei limiti, perché non possiedo un vocabolario sufficientemente esteso per definire questo gesto. E vi sta parlando uno sfegatato tifoso di Nadal, che in certi frangenti, durante alcuni tornei visti dal vivo, per un attimo ha anche pensato di entrare in campo legato ad una testata nucleare per andare ad abbracciare Novak Djokovic, ma che in realtà se lo incontrasse per strada, ovviamente, gli stringerebbe solo la mano, forse spingendosi addirittura a chiedergli un selfie, se non un autografo.

Posso solo dire che quel 30 aprile di 27 anni fa la vita di Monica Seles cambiò per sempre, e con essa probabilmente anche la Storia del Tennis.

In realtà la ferita che venne inferta a Monica non fu così grave. I medici si dissero certi che, seguendo le terapie indicate, la campionessa avrebbe potuto rimettersi completamente e tornare in campo nel giro di qualche mese.

Ma non andò così. Perché quella lama, prima ancora di entrarle nella schiena, le entrò nella mente.

La spalla continuava a farle male anche molto tempo dopo la sua completa guarigione.

Il contraccolpo psicologico fu enorme. Monica cadde in una profonda depressione, che la portò anche ad avere dei grossi problemi alimentari, e restò fuori causa per 28 mesi.

Tornò finalmente in campo nell’agosto del 1995, nel prestigioso Canadian Open a Toronto, e lo fece a modo suo, vincendolo.

Di lì a fine carriera vinse ancora altri 20 tornei, tra i quali un altro Open d’Australia, nel '96, il suo nono ed ultimo Slam.

Ma non era più la stessa Seles di prima dell’incidente, non riuscì mai a trasmettere di nuovo quell’aura di invincibilità, né tantomeno a tornare allo stato di forma precedente, quando grazie alla sua intensità di gioco e al suo pressing asfissiante riduceva all’impotenza ogni avversaria senza alcuna pietà.

In quegli anni difficili, come se non bastasse, suo padre Karolj, che era la sua roccia, il punto fermo della sua vita, l’uomo che per primo le mise in mano una racchetta e cominciò a credere in lei, si ammalò e morì di cancro allo stomaco all’età di 64 anni.

Infine una serie di infortuni, alcuni dei quali anche molto gravi, e l’ineluttabile ritiro.

La parabola di Monica Seles era terminata.

Io sono un appassionato di cinema almeno quanto lo sono di tennis, e vi confesso che sarebbe davvero bellissimo poter avere tra le mani la DeLorean volante del Dottor Emmett Brown per ritornare al 30 aprile del 1993, una mezz’ora prima di quelle fatidiche 18:50, per segnalare alle autorità che tra la folla c’è uno psicopatico con un coltello in mano pronto ad uccidere.

Cosa avrebbe potuto fare Monica in tutti gli anni che le sono stati portati via da quella lama? Di quali numeri staremo parlando ora? 25 Slam a fine carriera? Forse 30? Non lo sapremo mai.

Possiamo solo immaginarlo, ma io lo ritengo uno scenario molto verosimile.

Perché sono più che convinto che Monica Seles, “La Belva di Novi Sad”, nonostante il folle intervento di un pazzo grazie al quale questa mia tesi non verrà mai suffragata dalle statistiche, sia stata con ogni probabilità la più forte tennista di tutti i tempi.


Roborio




Monica al Roland Garros del 1992



Monica Seles oggi



martedì 9 giugno 2020


IL SETTEBELLO DORATO




Il 9 agosto 1992 è la giornata di chiusura dei XXV Giochi Olimpici, che si disputano nella città di Barcellona.

Si tratta sicuramente della migliore performance olimpica per gli atleti spagnoli, che hanno fatto incetta di medaglie.
Il calendario dà agli iberici la possibilità di mettere la ciliegina sulla splendida e ricca torta costruita in quei giorni: l’oro nella finale di pallanuoto maschile.

La nazionale di casa è cresciuta molto negli ultimi dieci anni ed è vice campione d’Europa e del Mondo (in entrambe le finali sconfitta dalla fortissima Jugoslavia); non bastasse, schiera, tra gli altri, uno dei migliori giocatori della storia della pallanuoto mondiale: Manel Estiarte, che in Italia abbiamo conosciuto con le calottine di Pescara e Savona.

Gli avversari sono gli Azzurri, forti e sempre difficili da affrontare.

Per rendere l’idea di cosa stiamo parlando, a questo incontro Manel Estiarte ha dedicato il primo capitolo del libro autobiografico “Todos hermanos”, definendola “la più emozionante finale di pallanuoto…”.

Vediamo, brevemente, il percorso che ha portato le squadre a disputare la finale.
Le dodici compagini qualificate vengono divise in due gironi da sei, Italia e Spagna sono nel Girone B, che concludono rispettivamente al secondo e al primo posto, divise da un solo punto: 9 quelli degli spagnoli, 8 quelli degli azzurri. Lo scontro diretto concluso con un pareggio per 9 a 9; numeri che testimoniano equilibrio.

Accedono alle semifinali, nelle quali l’Italia sconfigge 9 a 8 la Comunità degli Stati Indipendenti (in pratica la nazionale dell’Unione Sovietica), la Spagna, invece, prevale sugli Stati Uniti per 6 a 4.

Il teatro della sfida finale sono le Piscine Bernat Picornell, nel Parco Olimpico del Montjuic, che sono gremite al limite della capienza: 18.000 spettatori, tra questi il Re di Spagna Juan Carlos e il figlio, il Principe Felipe.

Gli Azzurri giocano fuori casa, non vi è dubbio, visto che il 90% dei tifosi sulle tribune sventolano la Rojigualda (come viene chiamata la bandiera spagnola).

Le squadre sono dirette da due allenatori di scuola balcanica, entrambi croati. Per l’Italia, Ratko Rudic, reduce da due ori olimpici consecutivi sulla panchina della Jugoslavia e per la Spagna Dragan Matutinovic.

Ratko Rudic
I due Commissari Tecnici sottoponevano i propri atleti ad allenamenti durissimi, con corse in montagna, molto lavoro con i pesi e, spesso, facendo indossare una maglietta durante gli allenamenti di nuoto. Entrambi avevano un carattere fumantino che spesso li portava a battibecchi con arbitri e avversari.
Matutinovic durante le competizioni più importanti, seguiva una dieta che lo portava a bere moltissima acqua e a mangiare pochissimo, oltre a dormire 2 o 3 ore a notte.

Manel Estiarte
Manel Estiarte, nel suo libro, scrive che, quando le due squadre si sono allineate per fare l’ingresso in piscina, alle 16.45, la tensione era tale che si sentiva solo il rumore delle ciabatte.
Una versione più pittoresca, afferma che, a un certo punto, quel rumore sia stato interrotto da un non ben identificato giocatore spagnolo, che ha urlato “Vamos a joder esto come pizzas!” che tradotto in italiano significa, più o meno “Andiamo a fottere questi pizzaioli”. Non voleva essere un’offesa ma un modo per caricare i compagni e cercare di allentare la tensione.

Le due compagini fanno il loro ingresso in vasca, Italia con la calottina azzurra (sorteggiata squadra in casa), e gli iberici con quella bianca.

La partita è subito maschia, con molti colpi proibiti, l’Italia sfrutta la tensione degli avversari per chiudere in vantaggio il primo tempo: 1-0 realizzato dal centro-boa e bomber Massimiliano Ferretti.

Jesus Rollan
Sugli scudi i due estremi difensori che, non a caso, sono i migliori al mondo: Francesco Attolico e Jesus Rollan (che il destino si porterà via a soli 37 anni).

Gli arbitri, il cubano Martinez e l’olandese Van Dorp, sono piuttosto benevoli con padroni di casa e più fiscali con gli avversari, come spesso accade in situazioni simili.

Anche il secondo tempo è teso, combattuto, gli spagnoli sembrano impacciati e i ragazzi di Rudic ne approfittano per raddoppiare con Caldarella.

A svegliare i padroni di casa ci pensa, ovviamente, Estiarte che sfrutta nel migliore dei modi un periodo di superiorità numerica.

Ma gli azzurri sono in palla, carichi come molle, ribattono colpo su colpo e realizzano prima il 3-1 (con Sandro Campagna) e poi il 4-1, con una perla di Ferretti che, spalle alla porta, aspetta l’uscita di Rollan e lo scavalca con una deliziosa palombella.

Il pubblico spinge le furie rosse che accorciano 4-2 con Gomez poco prima dell’intervallo lungo.

Ricomincia la battaglia in vasca e gli spagnoli accorciano con Pedro Garcia: 4-3.

Campagna e soci sembrano in difficoltà, però hanno doti caratteriali fuori dal normale e ricominciano a macinare gioco e gol: 5-3 proprio con un rigore di Campagna e poi il 6-3 di Caldarella.

Sembra fatta, il Settebello si rilassa e Garcia con una doppietta riporta sotto la Spagna concludendo il terzo tempo sul 6-5 Italia.

Massimiliano Ferretti
Il pubblico ricomincia a “caricare” e la piscina è una bolgia che viene placata dal solito Ferretti, che insacca sfruttando una superiorità numerica.
Avere il giocatore più forte del Mondo è sempre un vantaggio ed Estiarte lo è, sbaglia un penalty, ma, poco dopo, resuscita i suoi con un gran gol: 7-6.

I quattordici in acqua non si risparmiano, stanno "girando" una stupenda pellicola di sport: capovolgimenti di fronte, parate, falli più o meno duri, gesti tecnici, un’altalena continua di emozioni.

A rendere straordinario questo incontro ci pensa Oca che realizza il 7-7 quando manca poco al fischio finale, consegnando l’esito ai supplementari.
Il regolamento recita che i supplementari sono composti da due tempi da tre minuti ciascuno.

Il pubblico è in visibilio, crede che i ragazzi azzurri abbiano subito un contraccolpo psicologico dal gol beffa del 7-7, che invece sarà un propulsore per i ragazzi di casa.
E gli auspici sembrano avverarsi quando si verificano due episodi chiave: l’ennesimo contatto maschio si conclude con l’espulsione di Fiorillo, reo di aver colpito Estiarte (che rimane in vasca ferito a un sopracciglio) con una gomitata, poi con il gol del 7-8 realizzato dallo stesso Estiarte su rigore a 32 secondi dal termine.

Qui, forse, si verifica l’unico errore di Matutinovic, secondo la stampa iberica e anche in base a quanto scrisse il capitano spagnolo nel già citato libro: anziché marcare a uomo gli avversari più pericolosi, ordina un pressing totale, che Bovo riesce a eludere servendo un assist perfetto al bomber Ferretti che beffa Rollan, sul primo palo a meno 20 secondi dalla fine del 1° tempo, del 1° supplementare: 8 pari!

Gelo sulle tribune e tutto da rifare.

Il secondo tempo del 1° supplementare e tutti sei minuti del 2° supplementare vedono sugli scudi i due portieri e le difese che prevalgono sugli attaccanti avversari.

Francesco Attolico
Si rende necessario un terzo supplementare: altri due tempi di 3 minuti ciascuno.
Il primo è una fotocopia degli ultimi 9 minuti di gara e termina con le due squadre sull’8-8.

Manca meno di un minuto al termine del secondo tempo, del 3° supplementare, quando D’Altrui scappa sulla destra, serve il centro-boa Ferretti, che viene affossato platealmente da un giocatore spagnolo, gli arbitri lasciano inspiegabilmente correre, ma lo stesso Ferretti, mentre viene trascinato sotto l'acqua, scorge con la coda dell’occhio Gandolfi, libero alla sua sinistra e lo serve a due metri dalla porta, oltre il palo destro di Rollan.
Il portierone esce alla disperata, solleva il suo corpo dall’acqua, alza le braccia con un'apertura alare degna di un falco, cercando di coprire il più possibile lo specchio, ma l’azzurro è freddo e lo beffa infilando il pallone sotto l’arto sinistro: 9-8!

Gandolfi esulta mimando un cowboy, che rotea un lazzo in attesa di afferrare un capo di bestiame.

Finita? Ovviamente non ancora, manca il brivido finale, che si materializza a pochi secondi dal termine: fallo sul solito Estiarte, che batte rapido e serve Oca che scaglia la sfera verso la porta. Tutti trattengono il fiato e seguono con gli occhi la traiettoria.
Questo fermo immagine viene interrotto dal rumore sordo del pallone che sbatte sulla traversa e rimbalza in acqua, lontano dalla porta, tra le mani di un difensore.


E’ finita, dopo QUARANTASEI MINUTI di spettacolo, di emozioni, di fatica fisica e mentale il SETTEBELLO è MEDAGLIA D’ORO.
I ragazzi di Rudic che si abbracciano da un lato, Estiarte, sfinito e stravolto appoggiato ad una panchina, in lacrime, dall’altro.


Questo è lo sport, quello vero, quello che tutti amano, a prescindere dall’esito finale.
Grazie ragazzi, tutti e ventisei, sono passati quasi diciotto anni e ricordo ancora tutto nitidamente.

Panino

Settebello Dorato





mercoledì 3 giugno 2020




CALCI AL TALENTO




È il 29 settembre 2009.

Si gioca Rubin Kazan vs Inter, partita di Champions della fase a gironi.

Sì, è la Champions di Mourinho, è uno dei primi passi in quella competizione dell’Inter del Triplete, l’ultima squadra italiana che è riuscita a mettere le mani sulla coppa continentale per club più ambita in assoluto.

A poco più di 10 minuti dall’inizio del match si porta in vantaggio il Kazan col suo uomo migliore, il trequartista italo argentino Alejandro Damian Dominguez. Un quarto d’ora dopo i nerazzurri pareggiano con Stankovic. 1-1. Questo sarà anche il risultato finale.

La particolarità di questa partita è l’assenza per infortunio dell’Uomo dei Miracoli di quella meravigliosa Inter: Diego Milito, uno degli attaccanti più forti che si siano mai visti in Italia e forse nel Mondo.

Mourinho deve quindi sostituirlo. Al suo posto gioca Mario Balotelli.

Qualche minuto prima del gol di Stankovic, Balotelli prende un’ammonizione.

Finisce il primo tempo. Si va negli spogliatoi. Mourinho pensa che si possa anche vincere, ma che si debba soprattutto non perdere, perché un pareggio in un campo ostico come quello del Kazan non sarebbe per niente da buttare. Quindi cerca di evitare ogni rischio, uno dei quali è quello di rimanere in 10 per un eventuale secondo cartellino giallo che potrebbe prendere qualcuno che è già stato ammonito, ad esempio…Balotelli.

Conoscendolo, Mourinho gli dedica 14 dei 15 minuti a disposizione nell’intervallo per fargli capire una sola cosa: non deve prendere un secondo giallo. Solo questo.

“Mario, non posso sostituirti, non ho nessun altro attaccante in panchina. Gioca solo il pallone, non toccare mai nessuno. Quando perdi la palla non innervosirti, se ti provocano non reagire, anche se l’arbitro fa un errore fregatene, non reagire”.

Abile motivatore e grande psicologo, Mourinho. Sicuramente Mario ha interiorizzato il concetto.

Inizia il secondo tempo.

Passa un quarto d’ora. Secondo giallo a Balotelli. Inter in 10.

Ecco. Questo, più di ogni altra cosa, purtroppo, è Balotelli.

Un immenso spreco.

Ma non è soltanto questo, certo. È anche un giocatore pieno di talento, e non è solo un modo di dire, perché di talento ne ha davvero, e quando ha avuto voglia di giocare a calcio seriamente, cose belle ne ha fatte vedere molte.

Basterebbe ricordare i due gol fatti alla Germania nell’ormai famosa semifinale degli Europei del 2012, che portarono malauguratamente l’Italia in finale a prenderne 4 dalla Spagna dei Fenomeni.

In quell’occasione Balotelli, in un quarto d’ora, stese una delle nazionali più accreditate per il titolo e storicamente più forti: prima, grazie ad un suo grande stacco e ad un fantastico assist di Cassano, rubò il tempo al marcatore diretto e a Neuer e insaccò in rete di testa; 15 minuti dopo, con un missile terra-aria di una violenza inaudita che si schiantò poco sotto l’incrocio dei pali, trafisse di nuovo il portierone tedesco.

Tutto questo a 22 anni ancora da compiere.

A fine partita il cronista Rai, intervistando Prandelli, l’allora commissario tecnico della Nazionale, gli chiese: “Questa serata cambia la carriera di Mario Balotelli?”; Prandelli, giustamente, rispose: “La carriera di Mario Balotelli è appena iniziata”.

Era finalmente nata una nuova stella. Si era consacrato un campione. Super Mario era esploso definitivamente.

No. Prandelli si era sbagliato, come la maggior parte di tutti quelli che assistettero a quel match. Era stata solo un’illusione, perché quella partita ha rappresentato il culmine della carriera di Balo, costellata da lì in avanti di qualche alto e di tantissimi bassi.

Va detto che qualche settimana prima di quello storico trionfo sulla Germania, Mario, che in quel momento giocava nel Manchester City, nell’ultima giornata di campionato fornì l’assist decisivo ad Aguero per il 3-2 definitivo contro il Queens Park Rangers, che permise al City di vincere in rimonta quella partita e di consegnare ai propri tifosi il titolo della Premier dopo 44 anni di attesa. In quella stagione Balo, con 13 gol in 23 partite, contribuì a quello scudetto in modo decisamente concreto.

Ma questo, appunto, avveniva prima degli Europei. Erano i prodromi di quel che sarebbe avvenuto poco dopo nel massimo torneo calcistico continentale per squadre nazionali.

Dopo l’Europeo Mario, ancora nel Manchester, deluse nettamente le aspettative, segnando un solo gol in 16 partite e fornendo prestazioni disastrose, tanto da essere ceduto al Milan nella sessione di mercato di gennaio.

Ma in quella mezza stagione rossonera sembrava di nuovo pronto a spiccare definitivamente il volo: 12 reti in 13 presenze, prestazioni quasi sempre di alto livello, Balo era tornato!

No, sbagliato, solo un’altra illusione: l’anno successivo la media gol cala nettamente, anche se grazie ai rigori rimane più che dignitosa: 14 gol in 30 presenze. Ma le prestazioni sono molto altalenanti, la presenza in campo è a tratti impalpabile, se non quando si fa notare per ammonizioni, espulsioni e rigori falliti.

L’anno dopo passa al Liverpool. Un disastro. Poi torna al Milan. Un altro disastro.

Intanto perde il posto in Nazionale.

Infine decide di andare a giocare in Francia, prima al Nizza e poi all’Olympique Marsiglia, dove effettivamente non fa male, soprattutto grazie al livello del campionato transalpino, non  propriamente stratosferico.

L’ultimo capitolo della sua parabola si è visto in questa stagione mozzata dalla pandemia: alla soglia dei 30 anni passa al Brescia, la sua città, dove sembra possa finalmente ritrovarsi come atleta e come calciatore.

Pare che non ci sia riuscito neanche stavolta: prestazioni quasi sempre sottotono, in 19 presenze 5 gol, 5 gialli e un rosso.

L’impegno, per l’ennesima volta, non è mai stato all’altezza del talento.

E ho tralasciato volutamente il suo comportamento fuori dal campo, che tra i petardi lanciati dalla finestra del bagno che finirono con l’incendiare la sua stessa abitazione e la scommessa con l’amico napoletano che per 2000 € fece finire in acqua su uno scooter, potrebbe rivaleggiare giusto con quello dell’Ispettore Clouseau.

Lo aspettiamo da sempre come predestinato a diventare uno dei più grandi, e invece è stato solo uno dei più incostanti, uno dei più folli, magari anche uno dei più forti, ma solo tra quelli “normali”.

Quanti treni persi. Quante parole su ciò che poteva essere e non è stato. Quanti rimpianti, probabilmente più di tanti tifosi che non suoi.

Insomma, cosa avrebbe potuto fare Balotelli se non fosse stato Balotelli?

Mourinho già se lo chiedeva, nel 2009, in quello spogliatoio.

Forse lui lo sapeva fin da subito che Mario, nonostante tutto, avrebbe rappresentato una delle più grosse occasioni buttate dell’intera storia del calcio italiano.


Roborio



Balotelli nel Manchester in uno dei suoi proverbiali colpi di genio, particolarmente apprezzato da Dzeko e Mancini